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Cara Pallacanestro, ti ricordi il terzo tempo da sinistra?

Cara Pallacanestro,

qualche giorno fa ti raccontavo della mia prima volta al Palazzetto a vedere la Virtus Roma. Dalla prima alla seconda partita è trascorso diverso tempo, in effetti il mio percorso di tifoso del basket ci ha messo del tempo ad accendersi.

I miei primi passi sul parquet (lo diciamo in senso figurato, nella palestra in cui giocavo non c’era il vero parquet) li ho mossi a 9 anni, all’inizio della quarta elementare. Venivo da un disastroso anno di calcio, in un ambiente che mi aveva colpito in senso negativo, dal quale corsi via a gambe levate (spinto dai miei genitori che a loro volta non erano entusiasti). Il passaggio dal prato al canestro inizialmente lo avevo vissuto come un fallimento, ma giorno dopo giorno ho avuto modo di apprezzare questa novità. Due compagni di scuola decisero di seguirmi in questa importante sfida e questo mi diede un’ulteriore spinta.

Una doverosa premessa amico mio, mentre frequentavo la seconda elementare, il maestro di ginnastica Lino dedicava delle lezioni ad insegnarsi i fondamentali di svariati sport. Lui, ad essere precisi, era un tennista e, inevitabilmente, si focalizzava prevalentemente su quello (io e la racchetta abbiamo un brutto rapporto), tuttavia il giorno che dedicò alla pallacanestro riuscii ad essere il migliore, guadagnandomi una “borsa di studio” (ovvero una lezione di prova gratis nel suo centro sportivo). Fu un motivo di grande orgoglio e forse un segnale che c’era uno sport in cui, pur senza eccellere, potevo cavarmela.

I primi allenamenti

Tornando ad un passato meno remoto, i ricordi del primo allenamento ad oggi sono vaghi. Ricordo la palestra immensa, il caos (eravamo più di 20), l’allenatore con una voce stentorea e una bambina che, un po’ a sorpresa, era la più forte di tutti. Eravamo un gruppo misto di bambini di terza e quarta elementare. Oltre ai miei compagni di classe, conoscevo anche il figlio della mia maestra, di un anno più piccolo, mentre le altre erano tutte facce nuove. Mi sentivo un po’ in imbarazzo perché la squadra era già formata, si conoscevano con l’allenatore ed io inizialmente mi sentivo un po’ emarginato.

Non avendo un carattere espansivo stavo in disparte, ma piano piano riuscivo ad inserirmi in squadra, riuscendo ad adeguarmi al ritmo degli esercizi. Sono mancino e questo fatto le prime volte mi metteva in difficoltà, specialmente con il terzo tempo da destra, ma quando si cambiava lato era naturalmente un vantaggio. L’esercizio per il terzo tempo mi piaceva molto. Si facevano quattro file, due per metà campo, con delle sedie segnavano il punto di partenza fuori dall’arco dei tre punti. Partenza incrociata (per chi partiva da sinistra con il piede destro avanti e viceversa), massimo tre palleggi e poi il terzo tempo, con il sussidio di due cerchi per fare i passi nel modo giusto.

Mi divertiva, ero abbastanza preciso e, soprattutto, c’era la giusta dose di agonismo: dopo un paio di prove il nostro allenatore, Fernando, decise di dividerci in due squadre lanciando la gara a chi arrivava per primo a 20 canestri. In ballo c’era la gloria e, soprattutto, la paura di doversi sparare un suicidio. Chi ha giocato a basket sa bene di cosa parlo, tuttavia un paio di video dimostrativi (uno tratto dal film Coach Carter che consiglierei a tutti di vedere) renderanno meglio l’idea. Con questo ‘faticoso’ ricordo ti saluto cara pallacanestro, dandoti appuntamento alle prossime settimane in questo lungo viaggio tra i ricordi delle storie che ci hanno legato.

Nb I nomi di persona sono di fantasia. 

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  1. Cara Pallacanestro, mi manchi…

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